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Mediaset Vivendi

Mediaset Vivendi

Guerra Italia-Francia per Mediaset

Da settimane sentiamo parlare dello scontro fra Mediaset e Vivendi, due colossi europei delle telecomunicazioni che si stanno sfidando nei tribunali e sui mercati con tutte le armi a disposizione. Armi finanziarie e anche politiche, dato che da alcuni giorni il governo italiano è sceso pesantemente in campo per appoggiare Mediaset ed il suo fondatore, Silvio Berlusconi. L’idea è quella di arginare l’arrivo dello “straniero” in una delle aziende strategiche dell’economia italiana. Un po’ come era successo a suo tempo per Alitalia. Sullo sfondo l’Unione Europea, che come sappiamo non vede di buon occhio gli aiuti dello Stato alle aziende private. Come si è arrivati allo scontro? Innanzitutto cerchiamo di capire chi sono i duellanti.

I numeri di Mediaset

Mediaset S.p.a. è stata fondata da Silvio Berlusconi nel 1993. È detenuta al 40% da Fininvest ed è il secondo gruppo televisivo privato in Europa. Opera nel settore delle telecomunicazioni, dell’editoria, delle pay tv e nella produzione e distribuzione cinematografica. Nel 2015 ha fatturato oltre 3,5 miliardi di euro ed ha a libro paga più di 4.100 dipendenti.

I numeri di Vivendi

Vivendi S.A. nasce in Francia nel 1853 come “Compagnie générale des eaux”, una società specializzata nella distribuzione di acqua. Negli anni diversifica gli investimenti e si ingrandisce, diventando una multinazionale attiva soprattutto nel settore delle telecomunicazioni e dell’intrattenimento. Dal 2015 è controllata dal finanziere Vincent Bolloré. Il fatturato 2016 si aggira intorno ai 10,7 miliardi di euro.

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L’antefatto

Tutto comincia a luglio, quando Vivendi fa saltare l’operazione per l’acquisto di Mediaset Premium, la pay tv che, per capirci, ci fa vedere le partite della Champion’s League. I due colossi avevano firmato un accordo ad aprile: le due società si scambiano il 3,5% delle proprie azioni; in più a Vivendi sarebbe andato l’89% di Mediaset Premium. Un’ulteriore clausola prevedeva che ciascuna società avrebbe dovuto detenere per almeno 3 anni la partecipazione nell’altra, con la possibilità per Vivendi di passare dal 3,5 al (massimo) 5% in Mediaset. Tutto chiaro? Non esattamente. Dopo alcune settimane i francesi cambiano idea: usando come pretesto i conti non proprio esaltanti di Premium (in otto anni non ha mai chiuso un bilancio in utile), non vogliono più l’89% ma soltanto il 20%, e vorrebbero arrivare almeno al 15% di Mediaset. Il colosso milanese non la prende bene: se c’erano delle perplessità, perché non evidenziarle prima di arrivare alle firme? Nasce il sospetto, piuttosto fondato, che l’obbiettivo di Vivendi non sia Premium, ma Mediaset. La società guidata da Silvio Berlusconi inizia un’azione legale nei confronti di Vivendi, presentando una causa civile da 50 milioni al mese a far data dal 25 luglio ed un danno di non meno di 1,5 miliardi. La capogruppo Fininvest, che controlla Mediaset, ha chiesto a sua volta un risarcimento di 570 milioni.

Che sia una strategia decisa a tavolino dai francesi oppure no, quello che accade dopo è assolutamente chiaro: il titolo di Mediaset crolla in borsa, quindi comprarne le azioni è molto più facile, dato che costano meno. Ed è proprio quello che ha fatto Vivendi, che il 22 dicembre ha dichiarato di aver raggiunto il 28,80% delle quote di Mediaset. Manca pochissimo per raggiungere il 29,90%, limite che fa scattare l’obbligo di OPA (offerta pubblica di acquisto).

L’OPA è un’offerta fatta a tutti gli azionisti, compresi quelli molto piccoli, per l’acquisto delle proprie azioni. Diventa “ostile” nel momento in cui l’azionista di maggioranza, in questo caso Mediaset, si oppone all’operazione.

Cosa accadrà

Fininvest ovviamente non ci sta e si è messa all’opera per costruire un muro contro Vivendi. Ha cominciato a rastrellare azioni Mediaset portandosi al 40%. Inoltre ha presentato una denuncia in Procura per manipolazione dei mercati, ed ha richiesto l’intervento dell’Agcom. Secondo indiscrezioni sarebbe pronto anche un esposto alla Banca Centrale Europea. Le cronache raccontano che Bolloré è un manager che ama muoversi nelle situazioni di incertezza, di crisi. Ha fatto il possibile per sostenere il No al referendum costituzionale del 4 dicembre che ha visto cadere il governo Renzi, e non a caso ha cominciato la sua scalata proprio in quei giorni di passaggio da un governo all’altro. Nel suo discorso di insediamento il neo premier Gentiloni ha ricordato che “l’Italia è un’economia forte, non aperta a scorribande”, e neanche questo sembra essere un passaggio casuale.

Insomma, la confusione è tanta. Anche perché la partita Italia-Francia si gioca su più tavoli, compreso quello di Telecom Italia dove Vivendi è già diventato il primo azionista, l’altro colosso francese Orange sembra interessato all’acquisizione della maggioranza delle azioni e dove il governo italiano pare voler mobilitare la Cassa Depositi e Prestiti per arrivare almeno a pareggiare la quota francese. Al momento è difficile prevedere cosa accadrà: di certo i colpi di scena in questa partita a scacchi non sono terminati.

Circa l'autore

Simone Forte

Nato a Tortona nel 1984, consegue la Laurea in Scienze politiche presso l'Università degli studi di Pavia. Appassionato di storia, rock, sport, cinema ed economia, ma non in questo ordine. Scrive per far capire, ma soprattutto per capire. « La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale. » (John M. Keynes)

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